° ) °) note a parte

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La mia vita è una parola che ho impiegato tutta la vita a pronunciare.

(clicca sui poster, per affacciarti dalle mie feritoie)

Con-tatto

Feaci poesia - Rita Mazzocco - Zirkus

mercoledì, settembre 23, 2009
Volatili

sgirotondo, dall

- Si fa tardi spaventosamente presto…
- Che frase buffa, papà!

Una volta scrivevo. Adesso appoggio il sigaro in bilico sul davanzale cercando di far sì che combaci con la linea dell’orizzonte. E, intento in questa occupazione accurata, mi rendo conto della curva che il cielo disegna sulla schiena del prato che adora spacciarsi per infinito. E odora di marcio, in fondo.
Conduciamo una vita strana, in bilico sulle palafitte delle idee. Un bieco trucco.
Ora mi diverto a copiare a matita ogni file che cancello. Il tempo sbiadirà, con materna premura e monotona cura, le curve delle vocali, gli spigoli delle consonanti, le oscenità incestuose dei dittonghi, le crepe delle virgole e i minuscoli tombini dei punti a capo. Dove cadono per sempre a capofitto i finali.

- Quando tornano, papà?
- …
- Le rondini, quando tornano? E ce l’hanno l’indirizzo, papà?
- Scritto sotto le ali, tra le stecche delle piume portano incisa la memoria dei voli.
- Parli buffo, pa’. Io con le stecche dei gelati una volta ho fatto un cestino. La maestra Nina dice: “Che bel cestino! Che bel bambino!”. E poi dentro la paglia gialla ci ho messo i cioccolatini. Però 5 me li sono mangiati prima, perciò dopo ci stava larga la carta. La carta, hai capito? Quella trasparente… Ehi! Mi senti? E mamma rideva tutta quanta quando ha visto il cestino: “Che bel cestino! Che bel bambino!”.

Tutta quanta? Con le spalle curve, le mani sulle labbra, i denti e le rughe, gli occhi e la fronte. Che fatica, a ben pensarci, una risata, se la ridi tutta quanta. Peggio ancora che la vita.

L’aspidistra sul fondo della scala coccola la sua polvere come cipria.
Il tempo è un’invenzione a scacchi per cavalli bianchi e neri. Destrieri di marmo, di plastica o legno, che lo prendono alle spalle con un fare obliquo, da delinquenti. Briganti squarciagola con i coltelli nelle ugole di chi canta; a caccia di una scorciatoia per allungare il passo. Allungare il passo ed ingannare il tempo. Allungare il tempo accorciando il tempo in un passo più lungo.
In questa foto in bianco e nero guardi di sbieco come in uno sberleffo, e hai le labbra grigie sul sorriso bianco. Tutto il sangue è scorso a rifugiarsi nel technicolor di un altro giorno. Una data a penna dove ho bruciato l’angolo, a bruciapelo un nastro nero tra i capelli in fiamme.

- Tu pensi che torna, papà?…

Non lo guardo. E mi rimprovero questi occhi vigliacchi che si perdono oltre il vetro, il vento e l’orizzonte.
La nebbia di un silenzio infinito mi ruba il fiato dal petto affranto. Le parole sono gli involucri di un senso che è caduto, s’è sparso e rotto. Tra i cocci mi taglio i pensieri in cerca di ragioni e la lingua inceppata nell’ingranaggio di un’estenuata bugia che mi pende da un angolo delle labbra, come uno sputo.
I gusci scricchiolano come noci offese, ma son divenuti informi queste catene di segni e di suoni. La nebbia tracima stracolma dell’ennesima omissione.

- Papà…, tu pensi che torna, papà?…

Tra questa finestra e le sue imposte di legno, tra le sue ciglia a sbarre che imprigionano a stento duemila domande, tra le stecche nelle ali delle rondini e le tue ossa ormai già bianche, tra le gabbie aperte dei minuti scappati e le palafitte delle idee rovinate come un fragile Shanghai sulle assi dissestate di un cuore tavolozza prosciugato, tra i binari immaginari di un sigaro spento contro la linea irriverente dell’orizzonte, tra tutte queste sbarre e me, nient’altro che fluire silenzioso d’un tempo che s’è fatto tardi spaventosamente presto. E lo strano rollio di un’inguarita solitudine.
Mentre allungo più volte le mani ad afferrarlo e l’attraverso, gli trapasso le braccia che reggono un cestino di stecche che un giorno potrebbe aver fatto, gli trafiggo la bocca sulla quale ho cucito in sua vece le mie domande, gli attraverso i capelli che sarebbero stati come quelli che tu avresti avuto se mai fossi esistita per farti ritrarre in nero e bianco dentro lo scorcio di una fotografia.
Uno stormo di minuti veloci gonfia sottovuoto una carta trasparente troppo larga intorno alle mie braccia che abbracciano un’idea mai stata carne e ricadono a sbattermi sullo sterno, col rumore di ali di rondini che tornano e si schiantano al nido, dove solo, anche questa notte, io canto.



 
giovedì, settembre 10, 2009
Invanity fair

Foto0275

Al 27esimo piano Richard sta completando il suo 19esimo romanzo.
Al primo Sonja riceve Mr. Count e gli presenta la fattura ancora prima di iniziare. Non si sa mai con gli uomini di terza età.
Veronica Breuter, nella suite del 47esimo, piange al telefono da sei ore e venti, ma di là, stroncato da un infarto, il suo ex compagno non le risponde nemmeno con un rantolo, e pure la teiera ormai non fischia più.
Nell’attesa dell’ascensore, Sammy Winter Blue si controlla la punta delle scarpe. Qualche goccia di pioggia ha lasciato un alone sulla pelle nera e lucida, e lui è molto contrariato. Tempo bastardo!
La scena del delitto è illuminata da due neon verdi e un’alogena che sfrigola ogni volta che cattura una mosca.
Phil sta fumando nelle scale e ha indossato l’aria truce. Ma sua moglie sta dando alla luce due gemelli e a lui non gliene fotte un cazzo di quello disteso col cranio fracassato di là.
Il 19esimo piano è tutto recintato da un nastro rosso e bianco. “Brutta storia, Sammy”. Frase d’ordinanza e grugnito di più.
Nel cortile Charlie discute col suo cane di sesso e ipocrisia; son due anni che l’ha castrato e ora lo tiene alla catena da che ha spostato il suo letto in cantina dopo aver comunicato alla moglie d’aver fatto voto di castità.
Peggy-Sue saltella a gambe aperte e scavalca la pozzanghera. Una, due, tre volte, oplà! E Billy le guarda sotto la gonna per vedere come ce l’ha.
Lady Jane s’accarezza le palle, piume di struzzo, lustrini e lamé. Dal congelatore la mamma lo guarda. Negli occhi spalancati un’accusa appesa a un punto di domanda uncinata tra una lacrima ghiacciata e una collana di impronte stretta al collo color melanzana.
Al settimo piano Mr. Coleman rifà la valigia disfatta, nel doppiofondo una rara collezione di cialde di caffè.
Sul balcone del 5° Freddy coltiva rimpianti. Ne ha una serra di vetro e di sabbia. E di notte ne riempie la stanza. Si riveste, si spoglia, s’abbraccia, tira coca, saltella, poi danza. Tira fuori i pennelli e si segna, e una croce di vernice gli cola tra le sopracciglia e la pancia. Dentro il vento annoiato della sera, Christine resta appesa a un’antenna e la notte si traveste da bandiera.
Giù in strada i passanti si confondono, si danno il cambio, girano in tondo. Una morte, la malasorte, la guerra, un'epidemia, una rivolta, la rivoluzione, una carestia. Una ressa, una rissa, un attentato, una retata, uno sciopero, un blitz.
Gatto Joe scava nella differenziata; la sua amante, nella campana del vetro, prima si specchia poi si taglia una vena.
Dall’ammezzato Nonna Vania sorride, sghignazza, getta dal davanzale l’ultimo libro, uno schermo, il giornale. Centro esatto nel cuore del bidone che vomita distratto, tra il cartone, il cartoncino e la carta, il politico di turno, l’attore di grido, la starlet di strada, il presidente smascherato, il capofila mascherato, il tifoso schierato, il giocatore sfigato, la velina figata, lo studente promosso, il monarca promesso, il re vergine, la regina puttana, il ciambellano, il buffone, il guitto, il messo e la schiera orante intorno al culo del gigante tagliato a fette e servito col the.
E una radio ripete, al terzo piano, “Tutti fuori dal palazzo! Tutti fuori dal palazzo!”, ma nessuno la sente; mentre Minnie sbadiglia, tira giù la tapparella e s’addormenta senza voglia tra le zampe senza voglie del decrepito Mister Mouse.



 
martedì, settembre 01, 2009
Settembre, capodanno

foto di ritamazzocco

C'è questo vento che soffia sotto le porte e al mattino, al risveglio.
Non sai cos'è ma c'è un disagio, un presagio, un senso lieve come di lutto.
E quando ti svegli del tutto capisci che potrebbe essere il futuro.


 
venerdì, agosto 14, 2009
La nostalgia

foto di ritamazzocco, agosto09

Quanto poco impiega a nascere, la nostalgia. Un attimo, e già scorre come una goccia in bilico su un petalo di rosa, vaporizzando nel cielo il click metallico di un ricordo così vivo che oggi era domani quando non era ancora ieri, ieri.



 
mercoledì, luglio 22, 2009
Falde a scomparsa

Foto

Non torneranno più.
Non vengono mai due volte.
Si danno il cambio in un carosello senza fine. Di sera in sera, di sera in sera, di sera in sera…
Una lanterna magica, sì, che cambia vestito ogni sera, sì. Di sera in sera, di sera in sera, di sera in sera…
La stessa luce fioca dietro i velari cangianti delle pupille puntate come canne lucenti, esattamente a qualche centimetro sotto di me. Scivolano, si reggono, si aggrappano; sul sudore che incolla le labbra delle rughe sulla fronte in un deserto di fard.
Si mettono in fila e poi in serie, serrati, diversi e variegati, equidistanti e disordinati. Si dispongono a fotogrammi slegati di una pellicola che scorre senza repliche. Cerco di ricordarli ad uno ad uno negli inserti di luci più accese, rubargli un tratto, un pelo, un neo. Poi il buio se li inghiotte ed il faro mi acceca. Di nuovo. Mentre mi muovo impercettibilmente per sporgermi verso di loro e impararli a memoria per amarli ancora.
Bianchi, rosati, pallidi, paonazzi, seri, accigliati, divertiti, ironici, annoiati, vivaci, smorti. Il primo della fila è un orecchio, quello accanto l’occhio sinistro e al centro un naso, un’ombra di fronte un poco defilata, in alto un angolo socchiuso di bocca, i capelli di lato, qualche unghia a bordo scena. Pezzi, pezzi, pezzi, un pezzo dopo l’altro che formano un volto oblungo, un po’ osceno, un po’ alieno, un viso solo in mille frammenti reiterati in una sequenza casuale, mutevole ogni sera, e poi di sera in sera, di sera in sera, di sera in sera. Un quadro d’arte mutevole, astratta anatomia incurante di strutture ed ossa.
Non ha mai un viso uguale quel foro nero che incornicia il suono. Palmi che battono, sbadigli, sorrisi che schioccano nervosi, fragore di risate a singhiozzo, voci minime, voci, roche, voci opache, voci sommesse, voci silenziose educatamente accoccolate nell’ansa dei respiri regolari.
Non torneranno più.
Non vengono mai due volte.
La platea scorre come un lenzuolo gettato lentamente da un balcone in fuga. E tutto va via, si scioglie, dissolve, due strisce sovrapposte si scivolano sopra nella frizione lenta del passare di un’ora sull’altra.
L’eternità si consuma col cerino sfregato dalle schiene contro le poltrone. Si spengono. Come candele. Poi vanno via in file disordinate.
Non torneranno più.
Non vengono mai due volte.
Io li ho osservo con timidezza, un po’ inclinato su un lato per accucciarmi meglio nel cono che l’ombra potrebbe disegnare se solo si spegnesse quel faro giallo e salisse il frastuono dal buco dell’orchestra.
Quante volte ho sognato di vedere Marc cadere in quella gola aperta, sorpreso dal vuoto, sospeso nella coda dell’eco tirata dal suo grido, e io volteggiare e adagiarmi di sbieco sul bordo. Silenzioso, inosservato, solo. Trionfante. Vittorioso. …
Li guardo con un dolore struggente che mi increspa un poco, a volte sembra che mi si appicchi il fuoco dal centro verso il bordo. O al contrario, o di sbieco. E allora Marc scuote il capo come infastidito da un’ape, poi si fa serio, s’acciglia e all’improvviso ride. Ride, ride, ride forte e mi scuote. Ondeggio, barcollo, mi tengo e resisto, se posso mi nascondo dietro la virgola di un orecchio.
Poi mi giro di un poco e li guardo.
Non torneranno più.
Non vengono mai due volte.
Non sapranno quando diverrò logoro. Non sapranno quanto diverrò logoro. Non vedranno l’ombra lucida sul bordo, le macchie che la luce scava tra la polvere invisibile di cui lentamente mi nutro.
Nella pausa che prepara lo scroscio, lenzuolo di nube teso a rovesciare l’acqua torrenziale di un ennesimo consenso, cerco di fissare ogni sguardo, ogni postura del corpo sul velluto, ogni cenno del capo, ogni curva tra i denti e il labbro, ogni fiato esalato sul vetro dell’aria ammorbata dal chiuso, ogni respiro sospeso a metà strada tra lo sdegno e il riso, ogni coltello affilato nell’unghia mezza tesa ad additare la scena, a giudicare.
In quell’onda trasversale tutti li risucchio in una sola carrellata ininterrotta, li succhio e risucchio e succhio ancora, fino a sentirne l’osso della nuca schioccarmi sotto il palato dello sguardo ansioso, già nostalgico.
Come se avessi occhi ed anima, come se potessi prenderli tra i denti come un cane, e portarli in salvo ad uno ad uno; come se potessi replicarli incollati ai loro posti e rassicurarmi nel caldo del loro persistere, conoscermi, tornare. Imparare a vedermi, ascoltarmi stridere lieve nell’istante breve che precede l’inchino e io cado, cado, cado.
E nell’ultima fila inventare un nano bambino di cent’anni e un’ora che mi additi e mi scopra, mi sorrida e si sbracci, mi saluti e mi incoraggi e applauda, nel tonfo con capriola finale, il cappello di Marc.



 
lunedì, luglio 20, 2009
Come bambini (un titolo banale, come il latte; o le scarpe)

cristall

"Mi sono svegliato e mi pareva di essere in una strana dimensione. Mi sono girato intorno, sembrava che mancasse qualcosa. Mi sono reso conto dopo qualche attimo che eri andata via, che la notte mi eri accanto e al mattino non c’eri. Ho acceso la radio come ogni mattina. E’ stata una sorpresa scoprire che eri ancora lì."

Alle sei del mattino, mi hai detto di colpo, nel sonno, "facciamo colazione"?. Dormivi, eppure c'era in te come una voglia (una "disposizione al sacrificio affettuoso e condivisorio") di rinunciare al sonno pur di farmi compagnia mentre mi alzavo ad un orario troppo anticipato per essere domenica mattina. L'hai detto veramente così, nei fumi del sonno. E io ti ho risposto col tono teneramente autoritario e materno che si usa coi bambini svegliati da un sogno o da un desiderio: "No, dormi, è presto".
Poi ti ho preso la mano e ti sei (ri)addormentato di più, tranquillo.
Alle 7 e 28 - due minuti prima dell'orario su cui avevo puntato la sveglia - ho aperto gli occhi.
C'era luce, e l'aria rarefatta del mattino si immaginava fuori dalla finestra socchiusa.
Mi sono girata a guardarti. Respiravi nel modo lieve e regolare dei sonni tranquilli. Un po' raggomitolato, come un bambino; un po' imbronciato, come un bambino. Fino a che non hai preso il lenzuolo e ti sei coperto le gambe con un mugugno di soddisfazione. E ti sei girato dandomi le spalle, soddisfatto di lenzuola e di sonno.
Quando, un minuto e mezzo dopo, ha suonato la sveglia, non ti sei mosso, non hai dato segno di sentirla. L'ho zittita rapidamente, per non disturbarti.
Ho indugiato prima di alzarmi per capire se per caso fossi, invece, sveglio. Ma dormivi dolcissimamente, come un bambino. Sì, ancora: "un bambino", così sembravi. Con la schiena rasata e la peluria tenera che ricominciava a crescere.
Ti ho accarezzato con gli occhi e mi sono alzata senza far rumore.
Ho preparato la mia colazione e poi il posto a tavola per la tua.
Ho rubato un tuo biglietto dal “bicchiere degli appunti” per lasciarti un saluto. Tra la tazza e il miele, le fette tostate chiuse nelle busta di carta equosolidale e il cucchiaino souvenir di uno dei tuoi tanti viaggi aerei.
Quando sono venuta di là a recuperare il reggiseno, e poi il vestito e, in un altro, ravvicinato momento, le scarpe, la radio era accesa e tu davi ancora le spalle alla porta.
Non ti sei mosso quando sono entrata. Forse non mi hai sentita. Io ho camminato nella stanza giocando al fantasma, concentrandomi - come in certe favole Maya che sto inventando in questo istante - sull'invisibilità conquistabile in un puro atto di volontà. Quella dei bambini - hai presente? - che mettono le mani sul viso e siedono in un angolo sicuri che, non vedendo il mondo, il mondo non potrà vederli.
Giocavo con te. Non lo sentivi? E tu? Tu immobile, spalle alla porta e orecchie alla radio, giocavi con me? Col mio fantasma felpato e invisibile, ad ogni ingresso nella stanza sempre più vestito?
La terza volta ti sei girato. Avevi gli occhi larghi, le pupille un po' più chiare, come quando le spalanchi le volte che sei contento e quelle che sei arrabbiato.
Mi è parso che lo compissi al rallenti, quel gesto; che chiudesse, come in un gesto di scena, la danza di un gioco di immobilità e invisibilità, di rimessa in moto del mondo e ricomparsa, sul palcoscenico aereo tra lo spazio del tuo letto e il mio corpo chino a prendere le scarpe, confuse tra le tue, sul pavimento.
Mi è parso che quel rallenti si compisse in fretta, in un gesto fulmineo; come di chi miri a cogliere sul fatto, a prendere in flagrante e catturare con uno sguardo che inchioda e dica "Sei! Ci sei, non puoi più fuggire, né fingere, né farti invisibile".
Sono volata - mi è parso di sentire un fruscio impossibile nel mio vestito di cotone, l'hai sentito anche tu? - sono volata sul tuo letto planando dall'alto leggera. Il paracadute del sorriso e l'airbag della tenerezza nell'atterraggio sul tuo corpo inarrivabile e caldo, lì sotto le lenzuola.
A voce bassa, come per non disturbare la radio, ci siamo detti qualcosa che non ricordo.
Ma so che stavo più in alto e ti proteggevo in un'aura d'abbraccio.
Eri ancora ubriaco di sonno, o forse sbandavi nel tentativo mattutino di rimettersi "in piedi" nel giorno ricalcolando le coordinate delle cose intorno, e di te, tra le cose.
Ti ho porto il parapetto di cose quotidiane e banali, perché proteggessero dal loro esplodere troppo irruentemente la rapide dei sentimenti. "E' finito il latte. Devi ricomprarlo". "E' finito? Ma non ce n'è proprio più..." "Sì, nel frigo ora sì, è rimasto, ma non c'è n'è più nel mobile" "Ah, ma tanto forse oggi devo andare al supermercato" "L'ho immaginavo, che andavi al supermercato" – ho ammiccato, complice.
Parlavo allontanandomi in gesti in apparente, incurante sequenza: una carezza al capo, un bacio, qualche passo indietro, poi una rapida seduta sul bordo del letto (“sono qui ancora, non me ne vado in fretta, vedi?’), ancora un abbraccio da sopra, come fanno le mamme al mattino o di sera, poi mi appoggiavo sulla colonna sonora delle nostre parole da supermercato e mi allontanavo camminando all'indietro, tendendo un braccio per abbreviare la distanza del distacco che aumentava.
Sulla porta mi sono fermata. Ero una farfalla poggiata sullo stipite - l'ha vista? - e indugiavo ancora a rassicurarti: "ci sono, torno".
Mi sono sporta come fanno le bambine la domenica mattina, con le gonne di plissé e il fiocco in testa, nei fotogrammi degli anni passati; dondolandomi un po' con la civetteria della bambine delle domenica mattina con le gonne di plissé e i fiocchi in testa sull'uscio delle case. Sull’uscio delle cose banali, ci salutavamo, indugiando da un po’ più lontano. Una farfalla sullo stipite, un bambino appena sveglio sotto le lenzuola nel fresco inconsueto di luglio.
La radio ci ignorava.
Tu mi hai fermata con la voce - ho sentito il laccio - "O compro il latte o vado a comprarmi le scarpe".
Ho sorriso più forte.
"Prendile comode", ho pensato, "ti serviranno per il nostro viaggio".
Poi sono andata via. Allora sì. Tranquilla. La porta d'ingresso poteva restare anche aperta, adesso. Ora eri sveglio. E io visibile, ben visibile sulle scale.
Non sarebbero entrati ladri a portarci via. Sarà per questo che, quando ho messo le mani nelle tasche, ci ho trovato mezza poesia.
L'altra metà devi averla scritta tu, dopo la colazione di un "risveglio inusuale". Ho sentito che il vento la ripeteva mentre increspava il mare. Ho alzato la testa. Nessuno l'ha vista. Diceva:

"Mi sono svegliato e mi pareva di essere in una strana dimensione. Mi sono girato intorno, sembrava che mancasse qualcosa. Mi sono reso conto dopo qualche attimo che eri andata via, che la notte mi eri accanto e al mattino non c’eri. Ho acceso la radio come ogni mattina. E’ stata una sorpresa scoprire che eri ancora lì."



 
venerdì, luglio 10, 2009
Piazza pulita

fallingphone

Ho pensato che li avrei visti spargersi. Prima nell’aria, lentamente, un po’ accartocciati nel vento, e poi poggiarsi al suolo, senza tonfi, come piume.
Ho aguzzato lo sguardo per vederli sfavillare nel riverbero contro i raggi di sole trasversali. Planare al rallenti lungo la curva di un suono prolungato. Un ohhh di meraviglia della bambina bionda sul terrazzo di fronte.
Ho portato le mani alle orecchie per parare il contraccolpo dello schianto nel caso la gravità ne avesse aumentato a dismisura il peso fino a fare delle piume pietre, delle foglie fogli di marmo tagliati in lastre adatte a tombe ed altari.
Quelle storie in parole contate, spiccate dalle culle a piedi uniti come i tuffatori. Le mani giunte in preghiera e i sospiri sospesi.
Oh, forse già tu non le ricordi. Se ci fosse stato tempo e un altro tempo senza schermi e rumori, avrei scucito le fodere dei cappotti antichi, e tirato dai fondi le castagne arse al fuoco degli inverni miti. Te le avrei dette senza posa come grani che parlano alla punta delle dita nelle catene dei rosari. Fiato nel fiato, a un palmo di sorriso. Distanze tonde come zeri schiacciati nei cuscini degli abbracci. Allora avremmo pregato, e riso. E ballato sulle mani come i bambini, quando fingono con indice e medio due gambe disuguali, e sul tavolo inseguono bottoni e pulci di plastica dura e sassi rubati al mare, ormai opachi. Una gamba più lunga per scappare, la più breve per restare.
E, con le bucce scure dalle fodere pelose e calde, avremmo costruito sui tappeti capanne e sentieri accidentati; invitato le formiche, senza livore. Né i veleni dell’anima. Senza i veli dei templi chiusi al calar dell’Occidente truccato dal kajal della luna crescente. Né limiti né fretta. Dilazionate attese distese e dilatate solo sul metro dei respiri.
Avremmo potuto succhiarci le dita, e coi polpastrelli umidi calcolare il vento e le sue direzioni. Avremmo potuto sedere con l’orecchio sull’asfalto del cortile e sentire arrivare gli zoccoli duri di queste altre ribellioni contro i nostri fragilissimi sogni.
Infinitesimali segni a matita. Quelle lettere che il tempo cancella sulle veline dei giorni ogni giorno più bianchi e infine grigi. Le chiavi segrete delle nostre stanze senza porta e coi cieli tesi sopra, fissati agli angoli dagli spilloni di quattro capelli; teloni dei circhi di periferia, stelle e strisce senza eccessiva fantasia.
Puzza di colla. L’odore per drogarsi di malinconia, un pizzico di nostalgica assenza. Quella irreparabile, delle cose non solo mai vissute, ma nemmeno immaginate, sognate o perdute.
Son rimasta a guardar la scatola nera cadere col ventre scuro verso la terra in attesa.
Li ho immaginati fuggire di lato, evaporare. Rompere le bottiglie in mille pezzi e riaprirsi, espandersi e srotolarsi liberi. Svanire, infine, in mille fogli, come anelli di fumo.
Ad ogni giro ho pensato che si sarebbe alzato in volo uno stormo di virgole; poi, più pesanti, sarebbero piombati giù, in giri a vite, i chiodi dei punti. Immagini, saluti, abbreviazioni, numeri mescolati come in litanie a rovescio. Ogni messaggio scartocciato, letto e riletto e sopra l’ultimo letto addormentato, salvato soltanto per metà. Il suono arrochito di una musichetta jazz, gli scatti ossidati del flash.
Trattenendo il fiato mi sono aspettata lo scoppio festoso del cilindro nero e mille strisce di carta e coriandoli scivolare via dalla gabbia del chip.
E le parole, le parole, le parole libere in volo radente i cornicioni e i suoni delle donne indaffarate dietro i balconi.
Impigliarsi nei gerani di sotto, scivolare sulle tettoie spaventando i piccioni, gridare le risate immaginate in mille click.
Giù dal balcone il tuo addio, i miei perché. Le memorie stracolme risucchiate dalle incandescenze dell’attrito contro lo scivolo ripido del vento.
Tutto ho creduto riveder tornare sublimato in fantasmi lievi e ribelli all’oblio, ascensionali correnti di ricordi inossidati esplosi e festosi. Scintille danzanti lucide contro sole. L’aria satura dei succhi agrodolci di parole ormai nude.
E invece sono rotolati giù i miei occhi, si son staccate dalle dita le unghie, i miei capelli hanno gettato reti inutili mentre io stessa senza spostarmi cadevo a precipizio; e immaginandomi immobile con l’orecchio sull’asfalto della piazza sentivo il tonfo, lo schianto metallico, mi conficcavo nella tempia schegge di plastica e gomma.
Poi nient’altro.
La bambina sul terrazzo ora gioca seduta a gambe aperte con due conchiglie e un retino da farfalle.
I gerani ondeggiano piano e dalla strada qualcuno grida scrutando i balconi.
Io chiudo il mio.
Le mani in tasca, senza vibrazioni. Né più suoni.



 


nelle tasche di zar (in allestimento)
amici - congiunzioni coordinanti
cartas - interrogative indirette
comparativi di disuguaglianza
diar-io - passato prossimo
donne - sostantivo ipotetico
i-eri - passato remoto
io - soggetto sottinteso
minimi-comparativo di minoranze
noi due - congiuntivo presente
noi tre - femminile plurale
nostalgie-partiprincipio passato
parole-in-riga
parole - partecipativi presenti
pelle - superlativo assoluto
persi - aggettivo squalificativo
ritango - avverbio di due tempi
sale - accrescitivi maiuscoli
sangre y nieve - negazioni
scrivere - verbo irregolare
se-nza - disgiuntivo ipotetico
secondaria finale
storie secondarie soggettive
treni - complemento di luoghi
zirkus - infinito imperfetto
oggi
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
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--- 2003 ---
rete di compagni di rete
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effe
zeus
max
aitan
calma
farolit
ur-raro
rearwin
barbara
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flounder
ubertosa
splen-dida
poesiaoggi
animastrati
RemoBassini
ramific-azioni
paolo&francesca
briciolanellatte
lillustrascarpe
confusamente
ibrid@menti
katiuuuscia
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napartaud
narrando
addiario
alfarach
cybbolo
francex
27enne
rosario
marco
hobbs
mrsD
stepa
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zena
elos
mel
wos
ida
 

 

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